IL GRIDO | La variante E.K.

Pubblicato su Il Grido il 14/1/2016

di Fabio Melandri

«Gli spettacoli sono stati ideati e prodotti tra il 2013 e il 2015 partendo da un momento di forte disagio artistico e umano e lavorando su tre tematiche molto serie e delicate: il suicidio, l’alienazione e la malattia.
Ancora oggi non riusciamo a spiegarci bene perché questi spettacoli facciano molto ridere. Forse questa trilogia ci aiuterà a capirlo. Nostro malgrado».

Così Luca Ruocco e Ivan Talarico definiscono il progetto teatrale della loro compagnia Doppiosenso Unico, diviso in tre capitoli: La variante E.K., gU.FO. e Operamolla. In La variante E.K. un uomo tenta di suicidarsi (un uomo alle corde aspira alla corda). Per riuscire nell’intento, visto che il progetto necessita di metodo, si sottopone a un duro allenamento ma nel momento cruciale non coglie il nodo. Due strani figuri lo guidano nell’impresa.

Benvenuti nel Teatro dell’Assurdo rielaborato dalla sensibilità contemporanea di Luca ed Ivan. Come nel teatro fondato e reso grande da Beckett, Ionesco ed ancora Pinter e Vian, il costrutto drammaturgico viene abbandonato, così come viene rifiutato il linguaggio logico-consequenziale. La struttura tradizionale (eventi, concatenazione, scioglimento) viene rigettata e sostituita da un’illogica successione di situazioni, legate fra loro da una labile ed effimera traccia (stato d’animo, emozione, gioco linguistico), apparentemente senza significato. Dialoghi senza senso, ripetitivi e serrati, capaci di suscitare a volte il sorriso nonostante il dramma che vivono i personaggi. Ed è proprio il tentativo di suicidio (per impiccagione, fucilazione, avvelenamento, lancio nel vuoto) del misterioso E.K. (scelto a caso tra il pubblico, nello specifico chi scrive, che si è goduto lo spettacolo da un punto di vista privilegiato ed inusuale), al centro della sequenza di piani viventi che si susseguono senza apparente costrutto ed a ritmo sempre più vorticoso, fino al contrappasso finale. Un insieme di indizi di vicenda, giocato sul fil di lana tra esercizi di stile, variazioni, ripetizioni, errori, ripensamenti, giochi linguistici, maschere e travestimenti. E se la parola corre sul filo di un umorismo che oscilla tra il grottesco ed il demenziale, la parte visiva dello spettacolo, privo di scenografie ma costruito attraverso le maschere e gli oggetti curati da Stefania Onofrio, richiama elementi surreali che a partire da E.K vestito come ‘L’uomo col cappello’ di Magritte in poi, ne ricalca stilemi e peculiarità.

Ne viene fuori uno spettacolo chiaroscurale con alcune sequenze ben riuscite a discapito di altre, tra alti e bassi capaci di suscitare a volte risate, talvolta sorrisi, alcune riflessioni e frammenti di stanchezza soprattutto nella seconda parte. Maggior sintesi non avrebbe nociuto ad uno spettacolo comunque originale e straniante, costruito come un abito su misura sulle doti attoriali dei due attanti.

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