LA PLATEA | Intervista a Luca Ruocco e Ivan Talarico al secolo i DoppioSenso Unico

Pubblicato su La Platea il 1/12/2015

di Fabio Montemurro

Chi sono i DoppioSenso Unico, come s’incontrano e quando iniziano a lavorare insieme?

Siamo noi, Ivan e Luca. Ci siamo conosciuti fra i banchi di scuola di un liceo scientifico. Inizialmente diffidenti, ci siamo avvicinati scoprendo quasi subito di non sopportarci. Dopo qualche mese abbiamo cominciato a condividere le ore d’aria cercando di portare avanti dei progetti personali: inizialmente fumetti, tanti e tutti brutti. Dopo qualche anno sono nati i nostri primi scritti per il teatro. Ma il debutto del primo vero spettacolo DoppioSenso Unico è datato 2005: si trattava di “Viageatruà”, con Lorenzo Vecchio all’ormai defunto teatro della Rampa Prenestina, qui a Roma.

Il vostro modo di interagire col pubblico e di infrangere la quarta parete ricorda per certi aspetti il primo Paolo Villaggio (per intenderci quello di “Quelli della domenica” e “E’ domenica, ma senza impegno” sul [Primo] Programma Nazionale). Nei vostri spettacoli, già di per se molto particolari, che peso ha la reazione del pubblico in sala?

È facile parlare della quarta parete, ma prima abbiamo dovuto infrangere le altre tre e, bisogna dire, Paolo Villaggio non è mai venuto a darci una mano. Olio di gomito e pazienza. Ora stiamo lavorando sulla quinta parete sperando non ce ne sia una sesta.

Ci piace così tanto il pubblico che lo portiamo in scena, a volte come protagonista, a volte come decorazione.

Nei primi spettacoli, quando erano soprattutto amici, lo portavamo proprio a casa. Ora dividiamo pubblico e privato, abbiamo imparato.

Dal 12 al 17 gennaio 2016 sarete in scena al Teatro dell’Orologio che ha puntato su di voi dedicandovi un vero e proprio percorso monografico. Qual è stato l’input che vi ha portato alla genesi e sviluppo della trilogia “Niente di nuovo sotto il suolo” (formata da La variante E.K., GU.F.O. Ed Operamolla)?

Gli spettacoli della trilogia “Niente di nuovo sotto il suolo” nascono in un momento particolare. Venivamo da un periodo difficile, problemi personali si sommavano a quelli di compagnia, e ormai da diversi anni ci eravamo allontanati dalle sale teatrali. Ogni tanto portavamo in alcuni locali romani degli spettacolini-puzzle fatti con scene di nostri vecchi lavori. In quel periodo cominciamo a stendere idee per un nuovo spettacolo e ad interessarci a fatti e storie. Di quelle idee rimangono lunghissime liste di titoli e idee per possibili scene che contenevano in nuce i tre spettacoli della trilogia, tutti uniti e mescolati in un unico corpo: l’impiccato, i gufi, i cavalli, gli alieni, le malattie… Da qui siamo partiti sviluppando le parti utili per poi ricucirle insieme. Ma per dare vita a “La variante E.K.”, “gU.F.O.” e “Operamolla” ci mancavano ancora un movente e un modus operandi. Il primo ci è saltato addosso dalla vita vera [alcune vicende più o meno personali e i nostri interessi verso l’ipnosi regressiva e le ricerche di Corrado Malanga o la storia delle sorelle Tupputi], per trovare il secondo ci siamo infiltrati in platea…

Quale dei tre spettacoli è più importante dal punto di vista della vostra evoluzione artistico/professionale? A quale, invece, siete più affezionati in quanto “creatori”  dell’opera?

Sicuramente il più importante e bello per noi è l’ultimo, Operamolla, che fa un po’ il punto di tutto quello a  cui    siamo arrivati finora, nella scrittura, nelle relazioni con il pubblico, negli attraversamenti di varie  modalità di    spettacolo. Ma siamo molto affezionati anche a gU.F.O., per gli incastri ritmici e la    disarticolazione del racconto    e a “La variante E.K.” per la giocosità di tutto il lavoro. In generale le nostre  cose ci piacciono, se non fossimo noi  saremmo nostri spettatori convinti.

Un episodio simpatico della vostra attività teatrale che ricordate in particolar modo.

Potremmo raccontarti di quando, in partenza per Napoli per una delle prime repliche fuori sede, il motore dell’auto saltò in aria e proseguimmo con mezzi di fortuna per arrivare in una sala vuota con un camino vicino alla platea e il pubblico latitante.

O di quando, in una piazza campana, fummo sconfitti dalla carne arrostita di una Festa dell’Unità che ci portò via tutto il pubblico.

Ancora di quando, ad un importante premio teatrale, dopo aver portato uno studio che mescolava rito, autoflagellazione, cucina, organi di animali, eresie, presenze non attoriali e varie altre, la giuria si mise a parlare solo del fatto che avevamo usato una sedia trovata in teatro e non ce l’eravamo portata da Roma, infastidendosi anche.

No, forse non abbiamo nulla di “simpatico”.

Noi in verità siamo persone estremamente serie, tristi in alcuni casi. Anche i nostri lavori… Siamo grandi autori di drammi, ma la gente trova le disgrazie che raccontiamo molto divertenti, e questo per noi è quasi mortificante. Col tempo ci stiamo abituando.

E’ una convivenza pacifica la vostra? Cosa stimate di più l’uno dell’altro? Cosa non sopportate?

Anni fa eravamo più vivaci, litigavamo, sostenevamo con forza le nostre diverse idee. Ora ci fidiamo molto di più. Sono quasi vent’anni che ci vediamo tutte le mattine e ormai sappiamo che una cosa è bella solo quando piace a tutti e due. Probabilmente stimiamo entrambi la nostra grande differenza caratteriale e la diversità delle nostre vite, che si toccano quasi solo nel tempo in cui lavoriamo insieme. E, parimenti, non sopportiamo la nostra grande differenza caratteriale, che a volte ci porta a vedere il mondo in prospettive completamente diverse.

Concludendo, tutti i buoni motivi per NON venirvi a seguire al Teatro dell’Orologio.

Tanti i motivi per non venire a vederci e tutti molti importanti. La pioggia, ad esempio: è risaputo che quando piove non si va a vedere trilogie, solo dittici o tetralogie. Poi il calcio: il calendario della serie A viene costruito a partire dalle nostre repliche e di certo non c’è gara tra due corvacci in un teatrino e ventidue ragazzi di buona salute che inseguono una palla in un grande prato verde. Da non sottovalutare la noia domestica, è sempre meglio rimanere a casa a contarsi le dita sperando di sbagliare i calcoli, che scendere nel buio di un teatro. E in ultimo i saldi: a gennaio ci sarà tanto da comprare e stancarsi, rimarranno pochi soldi per il teatro. E la trilogia non vale un cardigan al 50% di sconto sul secondo capo acquistato.

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