PERSINSALA | A Roma si riesce a ridere della morte

Pubblicato su Persinsala il 15/1/2016

di Vincenzo Carboni

Al Teatro dell’Orologio, Luca Ruocco e Ivan Talarico mettono in scena Operamolla. Due fratelli sono alle prese da dieci anni con un morto in casa. A lungo andare non rimane che ammalarsi, e vivere felici finchè morte non ci separi.

Parlare della morte? Oggi? A Roma? Pare un po’ démodé parlarne in questa città grassa, accidiosa, matronale, dove ognuno – forse per il solo fatto fatto di avere il Papa per condomino – si crede eterno: i problemi si eternizzano, dandoci una rassicurante sensazione di continuare a vivere malgrado loro. Eppure Luca Ruocco e Ivan Talarico proprio qui danno il loro spettacolo Operamolla, in una Roma tiepida, simile a una giungla, dove – dice Marcello in La dolce vita – ci si può nascondere bene. Ci si può nascondere alla morte? Esorcizzarla e oltraggiarla per metterla alla berlina? La comicità del duo Doppiosenso unico è uno spettacolo a cavallo tra cabaret e happening, e sembra più consono a una città mitteleuropea. È fatto di lazzi rapidi, nonsense, ossimori vertiginosi, e tutto per poter dire della morte facendo appello a una retorica ironica e fiammeggiante, molto fredda, asciutta, dove il comico fa un giro largo e impegnativo per arrivare al riso dello spettatore e, nel farlo, si impone l’handicap di passare per il pensiero, per il dolore.

Operamolla è il tentativo di fare conversazione umoristica con la morte, con i tempi rapidi e lo humor nero tipico del Teatro dei Gobbi, quella compagnia di teatro da camera fondata nel 1951 da Franca Valeri, Vittorio Caprioli, Alberto Bonucci e Luciano Salce, che iniziò recitando nelle cantine, uno spazio non molto dissimile dalla sala angusta del Teatro dell’Orologio, piccola e nera come un sepolcro. «Eravamo amici con Caprioli e Bonucci – confida Franca Valeri – e abbiamo pensato di fare un teatro nuovo, rapido, sintetico». Tanto nuovo e rapido che pensano di debuttare a Parigi, avendo in sospetto la tipica reazione di tanto pubblico italiano pronto a irridere chi cerca di fare humor d’intelletto. Oggi che la pista sembra ben battuta dagli eroici precursori del “teatro di cantina” (con i Gobbi, Carmelo Bene, Mario Ricci, Leo de Berardinis), il problema è che nessuno vuole morire. Le malattie si dimenticano di noi e bisogna fargli le cortesie. Una bara a rate è il miglior investimento per il futuro, avere una malattia incurabile, non pone più il problema di sapere come andrà a finire. La necessità sociale di essere sempre felici infetta, rende idioti, con il risultato di credere immeritata la comune angoscia di vivere. In che stato potremo giungere all’angoscia di morire, se non vogliamo più avvertire quella di vivere? Per apprezzare un teatro così bisogna essere giovani intellettuali curiosi, come il folto pubblico di stasera, oppure malati, come Ivan e Luca chiosano alla fine dello spettacolo. Raccontano del curioso signore in attesa di pensione che assisteva alle loro prove. Invitato a fare da ospite fisso in questo spettacolo, a interromperli quando credesse per creare una situazione umoristica improvvisata, rimase seduto sul palco senza dire una parola. Si seppe che era malato di cancro, poi – naturalmente – non si fece più vivo. Andare a teatro è “mourir un peu”, ma in compagnia, perfino in una pensosa allegria, con l’illusione di essersi nascosti un giorno di più alle attenzioni della Grande Consolatrice. Se c’è un’annotazione da dare alla brillante coppia autoriale, è quella di andare ancora più a fondo, di essere ancora più cinici, disinteressandosi del pubblico, di disprezzarlo sempre. È il miglior servizio che questo piccolo teatro può fare alla platea. «Il cinismo, nel senso filosofico del termine – diceva il mai troppo compianto Vittorio Metz – è una forma superiore di intelligenza».

Chi non si sente ammalato dalla vita, rimanga a casa, e compulsi bene il “bugiardino” delle compresse a prezzo popolare.

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