RECENSITO | Qual’è la morale di tutto ciò?

Pubblicato su Recensito il 22/1/2016

di Daniele Sidonio

Operamolla è esistito davvero. E ha visto nascere e crescere lo spettacolo che porta il suo cognome. Si parte da qui, dalla fine, per ripercorrere a ritroso il filo comico della terza capitolazione di “Niente di nuovo sotto il suolo”, trilogia del duo Luca RuoccoIvan Talarico in scena al Teatro dell’Orologio.
Dopo la morte e l’alienazione, la malattia e – di nuovo – la morte. Gli attori chiudono il cerchio sulla falsa riga dei due precedenti episodi, strattonando il pubblico e ribaltando le gerarchie sceniche. La storia di “Operamolla” prende spunto da un fatto reale, la vicenda delle sorelle Tupputi, tre donne che appartenevano a un gruppo integralista “specializzato” nella resurrezione dei corpi. Dopo la morte delle prime due sorelle, l’ultima in vita è rimasta nella casa di Barletta per vegliare i due cadaveri. La narrazione rovescia il sesso delle protagoniste e si avvia con un bancale nero in scena e un lenzuolo bianco a coprire un corpo – malato o morto? – al lato del quale i due fratelli chiedono aiuto ai Santi. Icone sacre – la religione è sempre sarcasticamente dibattuta – incarnate in oggetti di uso comune (una radio, un telefono, una sveglia) posti in proscenio.
Quattro i “momenta” dello spettacolo, dall’evidente sostrato beckettiano: uno teatrale, uno rituale, uno meta-teatrale, uno reale. Le maschere posticce e la messinscena circolare scandiscono il tempo delle malattie, compagne di vita e talvolta inarrivabili mete per i protagonisti, incapaci di morire: emblematica la variazione sul siparietto “Qualche esame, domani vado a casa”, che diventa “Domani me ne vado”.
L’assenza di pareti tra attori e pubblico è marchio dell’attorialità fumettistica del duo. Qui addirittura mancano, nel secondo momento, le pareti del teatro: il rito laico che chiude la prima parte dello spttacolo si svolge nel piazzale della Chiesa Nuova. Morte teatrale, morte reale, qual è la differenza?
Come nei precedenti episodi, il duo gioca con destrezza, discrezione, ironia, leggerezza e attenzione con argomenti tabù, sui quali si riflette tra una risata e un rivolo di sudore freddo per l’eventuale imbarazzo di poter essere chiamati a rispondere dell’esito del pezzo – “stiamo qui anche due ore” – dal vago sapore dada. Le malattie dei pezzi umani rappresentati dal pubblico sono ovviamente caricature, disegni rovesciati dei problemi fisici e ontologici dell’uomo comune: tumorati di Dio, sollevatore di morali, cinico fisiologico, masticatore di pensieri… e cammello (uno spettatore viene posto sotto il bancale a bere acqua a ogni stacco scena).
Satira e critica si celano dietro una striscia comica dominata dal paradosso, che solo nel finale si trasforma in un gigantesco quesito morale.

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