SCENE CONTEMPORANEE | Lo spettatore attore e la verità irreale

Pubblicato su Scene Contemporanee il 26/1/2016

di Chiara Nicolanti

Due fratelli chiusi in una casa, in cui ogni spiraglio verso il mondo esterno è stato sbarrato, attendono, pazienti, la resurrezione di un terzo fratello. Aspettano e intanto sperano di morire presto anche loro. Per poter resuscitare, certo. Nel frattempo parlano con i santi, attraverso apparecchiature elettriche, monitorano l’aggravarsi delle varie malattie di cui sono portatori, fanno le prove del loro decesso, controllano scrupolosamente che tutto sia ben chiuso, cassetti compresi, e invecchiano.

Teatro dell’assurdo, chiaramente.

E invece no: «La sceneggiatura trae origine da un fatto di cronaca», rivelano Luca Ruocco e Ivan Talarico, i due autori interpreti di Operamolla.

Un fatto reale, avvenuto a Barletta, dove due sorelle si chiudono in casa ad aspettare la resurrezione di una terza sorella. Alla morte della seconda donna, l’unica superstite continua, fedele, ad aspettare la propria morte e poi la resurrezione, per circa un anno, quando la polizia fa irruzione nella villa di campagna. Di questi anni di attesa rimane la testimonianza tramite un diario, tenuto su fogli sparsi, ritrovato nella villa.

Un avvenimento reale quindi, ma talmente ai limiti della concezione di normalità, da essere percepito dal pubblico come un’invenzione, frutto di una fantasia estrema capace di creare quella particolare atmosfera che genera ilarità.

Ho fatto quattro chiacchiere con i due protagonisti, per capire il loro percorso artistico, la loro costruzione del personaggio, e Ivan Talarico mi ha spiegato che, se per un attore è naturale muoversi verso le emozioni, capaci di fare breccia nel pubblico, commuovendolo, movendolo, loro scelgono, brechtianamente, di negare le emozioni, deridendo le paure dell’umanità, mostrando le falle delle nostre ancore di salvezza, anche quelle estreme della fede. Si ride dei malati terminali, dei rimedi medici e scientifici o naturali alle malattie, si ride della morte.

Si può ridere di tutto questo grazie alla costruzione di personaggi irreali, che se muoiono fanno ridere: così il pubblico partecipa a un funerale, è chiamato ad accarezzare la salma, e lo fa fingendo dolore, per convenzione, ridendo sotto i baffi (e in alcuni momenti non proprio sotto). Non c’è niente di reale. E il pubblico lo sa. Accetta il gioco, e interpreta, imbarazzato, quel ruolo superficiale che gli è stato chiesto di interpretare.

Ma poi la storia cambia, e il ruolo non è più semplice come sembrava. Rientrati dal finto funerale (la salma rientra in sala viva e vegeta), infatti, alcuni sfortunati vengono chiamati al centro della scena e per raccontare sinceramente un loro dolore. C’è chi bluffa e continua a scherzare, o almeno ci prova, ma a quel punto il gioco si è fatto serio: «non c’è niente da ridere», rimprovera Luca al pubblico, e nel silenzio, sul palcoscenico nasce la verità.

Ed è accecante per quanto sia bella. La verità lancia delle vibrazioni che sul palcoscenico trovano una cassa di risonanza perfetta. Basta una frase, una parola, nata più per sorpresa che per consapevolezza, e il teatro torna ad essere ciò che era in origine.

«Quando accade bisogna lasciare che riempia la sala, bisogna aspettare», e poi il gioco ricomincia, si torna a sorridere tra i denti. Ma la vita vera ormai è entrata sul palcoscenico, non si può far finta di non vederla.

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