KLP | Operamolla: DoppioSenso Unico risorge prima di morire

Pubblicato su KLP il 6/4/2015

di Salvatore Insana

Oggi ci sei, domani non ci sei più. Ma i DoppioSenso Unico continuano a tornare. E per concludere la loro personale trilogia, si sono impossessati ancora una volta della più intima delle sale del Teatro Orologio, quella in cui avevamo già visto a cadenza annuale prima “La variante E.K.” e poi “G.U.F.O.”.

“Tre fratelli chiusi in casa. Due vivi, uno vegeto. Il divertimento non è molto, l’unico svago sono le malattie”. “Operamolla” nasce da uno di quei misteriosi e temibili cortocircuiti tra vita e arte. Chi ha dato il nome allo spettacolo è morto prima di vederlo, nascondendo a tutti la malattia che lo stava portando via.

Una scena spoglia, un presunto feretro che campeggia in fondo alla sala, e in proscenio una striscia di piccoli elettrodomestici che, comandati a distanza, faranno da segnali sonori per scandire le tappe dello spettacolo.

Completamente neri come la circostanza luttuosa richiede, Luca Ruocco e Ivan Talarico insistono – come vegliardi che della vita non sanno più che farsene – nei loro tentativi falliti di morire, si esercitano questa volta nell’ultima finzione, quella terminale. Ma, con vicendevole scoramento, risorgono senza sosta.

Una struttura bipartita, con una prima parte che si giova del temporeggiamento, del gioco assurdo dell’attesa, lì tra Ionesco, Campanile e Beckett – come ci viene confermato dagli autori per individuare retrospettivamente le cause dei loro mali autoriali.
E una seconda parte in cui i DoppioSenso Unico non permettono più allo spettatore il lusso di vegetare intoccabile come il loro fratello assente. Il bersaglio si sposta dal gioco di coppia all’accanimento verso il prossimo (lo spettatore).

In mezzo c’è il colpo di scena, con tanto di corteo funebre fuori porta, una sorta di dadaista Entr’acte dei nostri giorni, apice surreale dell’avventura, che immerge sorprendentemente tutti i presenti in una liturgia effimera e blasfema, carica di lamentoso e divertito barocchismo meridionale.

La bidimensionalità fumettistica si alterna all’invasione terroristica dello spazio, la freddura si affianca al coinvolgimento coatto del pubblico presente.

La maschera dell’untore o del medico che tenta di proteggersi dalle epidemie, con quel becco ricurvo che si credeva potesse salvaguardare dagli odori velenosi degli appestati, è l’emblema dietro il quale i due performer si celano per suggerire di volta in volta la soluzione più prossima alla morte.

Tra simulazione e ripetizione, tra accanimento terapeutico e nemesi medica, passando per il circolo vizioso della cura e il rovello meta-linguistico (“non faccio le finte, faccio le prove” confessa Talarico), tra ritorsioni e invenzioni linguistiche, nascono formidabili nuove patologie frutto di ipocondria forzatamente indotta. Fra gli altri, il sollevatore di morale, il tumorato di dio, il masticatore di pensieri, pescati a sorte tra i convitati e invitati a superare la loro prova di mortale sopravvivenza difronte alla platea.

Il gatto e la volpe del nuovo teatro romano affinano le loro armi, agiscono per contagio e non promettono guarigioni. Ogni precauzione è letale.

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